venerdì 10 gennaio 2020

Futuro negativo - Matteo Paloni

Immagine di Pixis

A forza di rinchiudersi nella sua camera oscura, che gli ricordava tanto un rettilario per via delle luci e temperatura al suo interno, Ronald aveva scoperto una sensazionale abilità. Intanto, come si compiaceva di notare, andava impadronendosi via via sempre di più dei segreti della composizione e della prospettiva. Nelle sfumature di grigio dei negativi che maneggiava e tendeva con cura come sacre sindoni sapeva già vedere con un'esattezza assoluta i colori nascosti che si sarebbero rivelati dopo lo sviluppo. Ma, più importante ancora, in quei rullini gocciolanti riusciva a vedere i suoi soggetti, uomini e donne, spesso bambini, come qualcosa di diverso. Gli alter ego negativi conservavano sempre qualcosa delle figure originali, ma erano allo stesso tempo diverse, mutate, invecchiate, trasformate.

Se ne era accorto una sera, dopo una lunga sessione di scatti ad una scolaresca in occasione della giornata del Papà.
Scorreva le foto dei piccoli soggetti, ne avrebbero fatto dei quadretti per i loro genitori. Quel giorno per Ronald era un giorno come gli altri. Si era svegliato alle 7:20, aveva consumato una regolare colazione con due toast con marmellata alla pesca e una merendina al cioccolato, si era sorbito lentamente un caffé e aveva disciolto un integratore agli agrumi nell'acqua. Con la sua attrezzatura era andato al grande centro commerciale nuovo, gemello del centro commerciale storico che ostinato si ergeva ancora davanti al suo virile vicino, fiero nei suoi muri ingrigiti da anni di traffico perenne.
Lavorava in una piccola bottega. Anche se la natura del suo lavoro necessiterebbe di un chiarimento: anche chiamandola Bottega del Fotografo in realtà si trattava della filiale di una catena di cabine automatiche per lo sviluppo delle fototessere per documenti amministrativi. Ronald era poco più che un tecnico della cabina automatica, un suo aiutante a voler indorare la pillola. Però era riuscito (con una serie di mail alla direzione e di fatto ancora esercitando la professione in maniera parzialmente abusiva rispetto alla politica aziendale, ma coperto dall'impunità riservata ai piccoli comuni lontani dalla sede centrale) a guadagnarsi un suo spazietto per degli scatti un tantino più articolati.
Quindi aveva allestito uno sfondo grazioso, piazzato delle luci, e fatto entrare uno alla volta i bambini. Li piazzava davanti al suo trepiedi, su cui era incastonata la compatta con il miglior obiettivo che le circostanze suggerivano, e scattava. Click! Una volta srotolato il rullino, però, non riusciva più a ritrovare i suoi piccoli modelli. O meglio, invece del timido Alex, di Thomas con il moccio al naso, della scontrosa Rina e del taciturno Rasheed c'erano dei signori e signore ambigui, distinti, smagriti, abbagliati, spelacchiati, in carriera, di un sesso diverso da quello di partenza. Ronald continuava a rigirare e a strabuzzare gli occhi di fronte a quelle apparizioni, era davvero sconveniente che degli adulti di dubbia moralità si intrufolassero negli scatti di una scuola elementare. Però, una volta sviluppate, ad abitare i riquadri della foto tornavano i loro legittimi proprietari, forti dei loro pochi anni e nel trionfo di tutti i loro colori. Solo nella magica alchimia di argento e reagenti chimici, filtrati dagli occhi verdi del fotografo, i negativi svelavano una realtà ulteriore, aumentata. Proiettavano l'esplosione del semino di potenzialità in quei bambini, l'obiettivo della sua compatta era diventato un telescopio per sbirciare nel futuro, o forse solo nei loro desideri, nella tangente temporale che passava per la loro vita in quel punto e che di fronte alle future scelte avrebbe anche potuto assumere una diversa inclinazione, o traslare del tutto. Questa almeno fu la sua prima supposizione, per avvalorarla continuò gli esperimenti.
Inizialmente provò a fissarsi su Dominic, uno dei cocchi della maestra. Intanto perché lo incuriosiva il suo accento francese, poi perché voleva approfondire meglio il suo avatar adulto, che sembrava una sorta di culturista olivastro che però guidava anche le macchine di Formula Uno. Si diceva, se dovessi notare una piccola variazione nei suoi desideri così dovrei notarla.
Si scontrò ben presto con un problema di ordine sociale. Gli anni non perfettaente portati addosso conferivano a Ronald l'aspetto di un uomo non più giovane dei quaranta – complici le calvizie incipienti sopra la lunga coda di cavallo e i vestiti di un paio di taglie più grandi per omaggiare i furori musicali adolescenziali– e questo fatto lo metteva in una situazione di grave pericolo, quando si appostava con la macchina fotografica di fronte al cancello della scuola.
Sfuggito al linciaggio da parte dei genitori in apprensione, Ronald sviluppò un nuovo metodo, e si mise a nascondersi in piena vista al parco comunale.
Il bersaglio migliore per i suoi esperimenti, più degli anziani con le loro aiutanti, più delle coppiette tra gli alberi, meglio degli scacchisti slavi, erano i podisti perché loro erano i più costanti nelle visite, consentivano più scatti ad ogni sessione ed erano troppo assorti e troppo veloci per notarlo e rimanere infastiditi dalla troppa attenzione non richiesta di un paparazzo.
Uno in particolare, un giovane marocchino che aveva tutta l'aria di stare per fare il salto nel professionismo, si allenava praticamente tutti i giorni, e il metodo scientifico che Ronald applicava alle sue osservazioni diede i risultati sperati.
Alla prima sessione di scatti, l'atleta apparì fiero illuminato dalle luci rossi nel piccolo laboratorio chimico di Ronald. Baldanzoso, con un petto ampio e gambe solide, degne di un campione iridato. Nella stessa identica mise apparve nei due giorni successivi. Non si stupiva, bastava notare il vigore con cui batteva il terreno coi piedi ad ogni falcata, avrebbe fatto strada. Il quarto giorno lo congelò in un'altra veste: capelli a spazzola, corpo appesantito e divisa colma di lustrini e placche colorate. In fin dei conti molti professionisti militano nelle squadre dell'esercito, carriera che può ben destare l'interesse di alcuni uomini. Se non altro, non avrebbe temuto la marcia. Il giorno dopo non si rischiò un appostamento sotto la pioggia per non mettere in pericolo i suoi obiettivi, ma quando tornò a scattare vide il suo atleta – sempre puntuale – trascinare con fastidio la gamba destra, la faccia grave e grondante di sudore come mai prima. Il negativo mostrava una pappagorgia così grande da essere visibile anche sotto la barba lunga e incolta, i giochi di grigio traducevano nel loro gioco di opposti un colorito malaticcio, da salute trascurata. Quella figura, che tanto aveva spaventato Ronald, si dissolse nel giro di una settimana come un fantasma, ritrovò "colore" e forma fino a riavvicinarsi al meraviglioso iridato dei primi giorni. Tornando fluida e spettacolare, la sua corsa ritmica esorcizzava lo spettro di un fallimento futuro. Il podista si era rimesso sul giusto tracciato.
Più cominciava a prendere confidenza con la sua nuova visione, più continuava a scattare e a imprimere su grigio quei boccioli di futuro, che poi sviluppava fino a farle tornare nella colorata incubatrice che li gestiva.
Passarono alcune settimane, e Ronald era di buon umore. Aveva mangiato una buona arancia e quella mattina il camion della raccolta differenziata era passato con puntualità. Quindi nel suo studiolo nel centro commerciale piantò il trepiedi, si sedette sul suo sgabello, diede una sistemata ai capelli e pigiò l'interruttore nella sua mano per concedersi un autoscatto.
Nella sua cripta sotto al livello del terreno, però, quasi cadde per terra. Controllà e ricontrollò la lunga striscia del rullino, la scandagliò in tutta la sua lunghezza, una posa dopo l'altra. E non si trovò da nessuna parte.
Passarono alcuni giorni di tentativi, rullini e rullini di foto del muro. Oramai la sua superiore e collega, la cabina automatica, faceva tutto il lavoro, mentre Ronald continuava a sedersi e a scattarsi febbrilmente una foto dietro l'altra. Provò a concentrarsi, a essere il più "tangibile" possibile. Prima pensò a tutte le cose più felici che potessero venirgli in mente (le scuole medie, il primo bacio, il secondo bacio, la notte di Natale, il terzo bacio, la prima foto sviluppata del suo cane), poi le più tristi (l'ultimo bacio, le lunghe file per i sussidi, la prima Nikon data in pegno, il saluto finale al suo suo Bobby). Nulla. Si sottopose anche ad un check-up completo, ma nemmeno tutti i valori perfettamente allineati convinsero la sua ombra a tornare a casa.
Passò del tempo, un'altra stagione cambiò e anche quella stava per finire. Di tempo per i suoi esperimenti Ronald ne aveva a iosa, dato che la Bottega si era accorta che l'unica spalla di cui aveva bisogno la sua cabina automatica era una donna delle pulizie tre volte la settimana. Eppure in quei giorni infiniti scattò poco e altrettanto poco mangiò, o uscì di casa, o fece alcunché. La sua scomparsa lo rattristò molto, e il suo umore andava ancora più in discesa rapida quando rifletteva sul fatto che nemmeno i suoi stessi obiettivi lo includessero. Sperava che ciò rendesse più facile separarsene vendendoli per fare fronte all'affitto e alle bollette, ma rimase deluso anche qui.
Era arrivata la stagione fredda, Ronald si stringeva nei suoi due cappotti lisi, uno che serviva per proteggerlo dal freddo, l'altro per dargli un po' di spessore a compensazione dei chili persi.
Attraversava la città in lungo e in largo a piccoli passi, viveva di espedienti, salutava vecchi conoscenti senza fermarsi troppo a parlare. Aveva ancora una macchina fotografica, ma non la portava più con sé.
Erano finiti i tempi delle foto, i tempi degli esperimenti, i tempi degli incontri. Era l'epoca delle lunghe camminate e delle guance scavate, l'epoca della fronte tenuta tanto bassa che il resto dell'umanità gli si manifestava sotto forma di paia di scarpe.
Si sentiva come un satellite abbandonato alla deriva, senza più contatti con la Terra e ogni giorno più lontano di quello precedente.
Ronald stava attraversando il parco cittadino, dove di tanto in tanto trovava cartoni di pizza con parte del loro contenuto ancora intatto. Il prato ghiacciato e gli alberi spogli fischiavano attraversati dal vento in una beata solitudine, che se non fosse diventata una condizione totalmente ordinaria per lui avrebbe trovato il momento commovente. E cominciò a scenere la neve.
Dopo pochi minuti il sudario bianco si stese sull'erba e sulle panchine, coprendo allo stesso modo le buche scavate dai cani e le lattine abbandonate. Uniformità. Solitudine. Uguaglianza. Se anche lui si fosse sdraiato lì in quel punto, pensò, si sarebbe unito alla perfezione del bianco e sarebbe rispuntato a primavera.
Osservava i singoli cristalli di neve. Gli si appoggiavano sulla spalla, e quelli che cadevano distanti dagli altri si scioglievano subito. Si posavano su di lui, cadendo dal cielo. Allora, si disse, io esisto, in qualche modo. Eppure si sentiva come un bimbo sperduto privato della sua ombra, e allo stesso modo aveva iniziato a sentire il ticchettio del tempo che lo inseguiva, solo che lui non era più un bimbo da tempo e pensava che si sarebbe lasciato azzannare volentieri. Dov'era la sua ombra? Il suo copilota, la sua anima, il suo spirito? Chi c'era insieme a lui?
Uno scherzo del tempo agitò i rami, che cantarono un attimo per lui e lasciarono cadere sbuffi candidi. Ronald si girò, dietro di se non vide nessuno, solo la scia delle sue impronte sul terreno. Arrivavano dalla fine del parco e terminavano sotto le sue scarpone consunte. Marciavano come un plotone silenzioso alle sue spalle e ora erano lì, invisibili,in attesa di ordini. Ecco chi. Lui c'era sempre stato fino a quel momento. Lui, lui, c'era stato lui con Ronald, lui in Ronald, lui per Ronald. Ma così preso dalle cose che osservava intorno a sé, forse non ci aveva fatto caso. Si girò, contava le impronte sul terreno che non svanivano neppure sotto la nevicata insistente. Non aveva fretta e non sentiva freddo. Poi si mosse di nuovo.
Arrivato a casa si lavò con l'acqua fredda, poi si sbarbò per bene e mise una camicia. Odoravano di chiuso, ma non faceva nulla.
Prese uno sgabello e lo posò al centro della sala. Poi andò nel ripostiglio, e armeggiò un po'.
Tirò fuori il vecchio trepiedi, prima di posarci sopra la sua vecchia compatta la carezzò con un panno per liberarla da uno spesso strato di polvere.
Seduto sullo sgabello, tirò un sospiro verso l'obiettivo puntato verso di lui. E sorrise. Click!

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