lunedì 5 agosto 2019

Undici. I miei anni allora - Federica Rigliani

immagine da www.videoblocks.com
Trascorsi la ricreazione in bagno. Tornata in classe non mi mossi dal posto e non andai alla lavagna quando la maestra me lo chiese, aspettavo la campanella di uscita e ogni tanto scostavo il grembiule per sbirciare tra le gambe. Alla fine suonò, ma non feci la fila con i compagni, temevo di alzarmi. Rimasi sola, strinsi con un nodo le maniche della felpa sui fianchi e guardai la seduta. Era pulita.
– Siamo a pranzo da nonna – disse mia madre fuori dalla scuola.
– Per favore, andiamo a casa – risposi.
Con un cenno brusco mi invitò a chiudere lo sportello della Renault e a non fare la solita. Io, così brava a rovinarle le giornate. Canticchiava fissando la strada, fuori tutto correva e dentro la musica era alta. Quando mi costrinse a tirare su il finestrino perché l’aria non le spettinasse la messa in piega, mi sentii morire. Avrei dovuto raccontarle del fastidio bagnato tra le gambe e di quell’odore che non riconoscevo. Per bisogno, non per confidenza. Ma la nostra normalità non me lo permise.
Non siamo mai state amiche, noi.

Il nostro è un legame obbligato che è così poca cosa…
Indifferente ai miei segreti di bambina, mia madre ha ascoltato la mia vita con distacco tra una faccenda e l’altra. Era interessata solo a mio fratello, il primogenito capace di accenderle lo sguardo senza far niente. A quarant’anni sono ancora nulla rispetto a Sandro, il figlio maschio che ai suoi occhi ha sempre avuto ragione.
Come il giorno che portammo il tavolo della cucina, le sedie e la cassapanca. Di anni ne avevo cinque e non ci eravamo ancora trasferiti; le stanze erano vuote, le pareti fresche di pittura, i pavimenti sporchi di tempera. Quando mia madre mi rimproverò per aver gettato il cappottino a terra, io glielo dissi che era stato lui. Sandro negò. Allora lei mi mise in piedi su una sedia, altezza sguardo, e le rughe di espressione le si strinsero intorno agli occhi come artigli.
– Perché non dici la verità?
– Non sono stata io.
Tante volte me lo chiese. Tante volte risposi la stessa cosa.
Ad ogni risposta uno schiaffo, prima la guancia destra, poi la sinistra.
Non sono stata io, ripetei fin quando mi voltò le spalle dopo l’ultima sberla. Solo allora le mie guance roventi si bagnarono.
Nonna aveva apparecchiato in salone con il servizio bianco dal bordo rosso, nelle scodelle la lasagna era gialla, rossa e fumante. C’erano zia Anita con il marito e la famiglia di zia Adelaide, i suoi due figli adolescenti erano gli unici cugini maschi che avevo.
– Vado a lavarmi le mani – dissi.
Raggiungere il bagno e provare sollievo fu tutt’uno. Dopo aver poggiato felpa e grembiule sul lavandino, cercai l’equilibrio sul bordo vasca con la maglia sollevata. Guardare i miei seni allo specchio non suggeriva cambiamenti, erano piccoli bottoni di carne uguali a sempre. La novità ce l’avevo dentro al naso e tra le gambe: abbassando i pantaloni mi raggiunse un odore di ferro arrugginito, forte da farmi scostare il viso; guardando le mutandine ebbi la certezza che la carta igienica non bastava più. Dovevo chiamare mia madre.
Pensavo a come dirglielo mentre ascoltavo i suoi tacchi avvicinarsi. Quando smisero di picchiettare sul pavimento, la maniglia si abbassò. Trattenni il respiro.
– Mamma… io…
– Che hai ricombinato?
Non ricordo cosa dissi. Ricordo un gridolino, la sua stretta, le mie braccia lungo i fianchi, l’imbarazzo mentre mi tirava giù la cerniera e subito dopo il fastidio dell’ovatta.
– Mi porti a casa?
– Più tardi. Ora dobbiamo festeggiare.
Non feci in tempo a dirle di non parlarne con nessuno, che sentii il cuore battere nel polso stretto intorno alla sua mano mentre mi trascinava in corridoio.
– È diventata signorina! È diventata signorina!
Trovai mio padre e mio fratello in salone. Gli adulti alzarono i bicchieri e nonna mi invitò a sedermi a capotavola. Mi umiliò sentirla dire a mia madre adesso devi controllarla e mi sentii alla gogna quando vidi Sandro e i miei cugini parlarsi all’orecchio, proteggevano la bocca con la mano sotto sguardi beffardi. Fu allora che cominciai a vorticare immobile al centro della stanza mentre le parole arrivavano deformate in echi sovrapposti: è un grande momento, sostenevano tutte, sei una donna orapotrai diventare mamma, ripetevano tra congratulazioni e abbracci.
Ero terrorizzata dal pensiero che si avvertisse il mio odore estraneo e tenevo i movimenti stretti per non muovere l’aria, mentre loro srotolavano il futuro sul mio presente paralizzato.
Ora grido. Ricordo che lo pensai mentre prendevo posto. Mi trattenni.
Assaggiai il primo, il secondo rimase nel piatto.
Da allora il nostro rapporto obbligato è rimasto ben poca cosa.
Ho provato più volte a raccontarle quanto mi mortificò, non ci sono mai riuscita. Le sedute dallo psicologo mi hanno aiutata a superare criticità, trovare un equilibrio nel mio essere donna e mamma, comprendere qualcosa di lei. Non era l’assenza di bene a muoverla, era l’orgoglio per il maschio. Lo vedo da come tratta i miei figli: indifferente con Francesca, attenta con Giorgio.
Oggi io e Francesca siamo sedute a un tavolo nella veranda di un piccolo ristorante, sulla piazza dietro casa. Le tovaglie sono a scacchi rossi e bianchi e al centro c’è un vasetto con fiori primaverili.
I bicchieri di spumante hanno fatto tic, per lei solo un sorso. È piccola la mia bambina, ma dovevamo brindare. Frequenta la prima media e oggi è tornata a casa con un grande sorriso e la felpa annodata al punto vita. Per il disagio dello spessore, ha detto, pensava si vedesse l’ingombro tra le gambe. Ha stretto la sua mano intorno al mio polso e mi ha trascinata in bagno sussurrandomi:
– Vieni, mamma. Corri…
Era successo tutto come pensava, tutto come le avevo detto, e tenere per tanti mesi un assorbente nella tasca interna dello zaino era stata una genialata. Questo mi ha confidato.
L’ho guardata con gli occhi lucidi, l’ho risentita sulla pancia quando me l’hanno data la prima volta e avevo paura di toccarla. L’ho vista adulta. L’ho vista andar via. E ho pianto.
Ha appena ordinato una lasagna la mia piccola donna. Io pasta con le vongole.
Io la lasagna da allora non l’ho più mangiata.

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