mercoledì 19 dicembre 2018

L'arte del non pensare - Arya Sophia


L’arte del non pensare.

di Arya Sophia


Non ho mai pensato alla morte, la sentivo così lontana, quasi impossibile.
Non ho mai pensato alla morte, non ne avevo paura.
Non ho mai pensato alla morte, tranne quando mia nonna ci ha lasciato. Ricordo perfettamente quel giorno e la sensazione che stesse per succedere qualcosa, una sorta di richiamo che spinge a prendere il telefono e fare un ultimo saluto, a dire un ultimo ti voglio bene. Erano sufficienti pochi minuti e sarebbe stato possibile. La memoria torna indietro nel tempo, come a volerlo rivivere.




***

Il cellulare squilla, è mia mamma. «Alba, fatevi i biglietti.»
Una semplice frase che mi basta per capire cosa sia successo. Le gambe cedono, «Mamma, cosa stai dicendo?»
«Devo andare.»
La mente si anestetizza in cerca solo di una spiegazione che non arriverà mai. Con la voce rotta dal pianto chiamo Marco e gli do la notizia con frasi sconnesse, poi avverto Lisa.
Mi muovo meccanicamente senza sapere cosa realmente faccia. Con la vista annebbiata dalle lacrime prendo una borsa e la riempio con i primi vestiti che mi capitano davanti.

***

Tutto sembra che fluttui: ogni parola è udita, ma non attecchisce.

***

Sono seduta sul muretto del giardino. Mi guardo attorno, tutto è nuovo, estraneo, ma i ricordi delle estati trascorse in quella villetta riaffiorano contraddicendo quella sensazione.
Guardo mia sorella. «Dai, vediamo chi arriva prima» le propongo e, senza aspettare risposta, inizio a correre fino al cancello bianco.
«Alba, prepara il caffè» la voce lontana di mia mamma arriva in un sussurro senza interrompere il mio scavare nella memoria.
«Sì, ora vado» rispondo automaticamente continuando a ricordare.
Mio cugino ci raggiunge, rido beffarda. Prendo una mela marcia da terra e la lancio colpendolo.
Mia sorella ride e mi imita. In un attimo mio fratello Marco e gli altri cugini ci raggiungo e inizia una vera battaglia di frutta: ogni squadra dietro un muretto, una da un lato del vialetto e l’altra dall’altro lato.
«Alba, il caffè» dice mia mamma irrompendo nel flusso di pensieri in cui sono immersa, ma senza farlo cessare.
«Ma viri sti vicarioti, smettela!» ci sgrida nonna, ma noi continuiamo a ridere e a tirarci frutta.
«Ma hai sentito quello che ho detto?» mi chiede mia mamma facendomi ritornare alla realtà.
«Scusa, ora vado» rispondo asciugandomi le lacrime che hanno iniziato a bagnare le guance senza che me ne accorgessi.

***

Ogni odore è avvertito, ma non ricordato; il cibo perde ogni sapore, non se ne distinguono gli aromi.

***

Sono appena tornata dal cimitero, c’è molta gente come se tutto fosse tornato alla normalità. Prendo posto a tavola, anche se non ho fame. La pasta è con aglio, olio e tonno. Non è una delle mie preferite. Prendo la forchetta, arrotolo lo spaghetto e mangio. Mastico lentamente, cerco di assaporare, ma non riconosco alcun gusto… mi sembra insapore. Provo a mangiare una fettina di carne. Mastico lentamente, assaporo, ma anche sta volta non percepisco alcun sapore.

***

Non ho mai pensato alla morte, mi sentivo invincibile come se niente potesse scalfirmi.
Scendo di casa, non vedo l’ora di incontrare Luca, sono così felice con lui. Non credevo che mi sarei mai innamorata perché pensavo che l’amore fosse utopia, un’illusione che apparteneva ai romanzi che leggevo. Invece, lui mi ha fatto riconsiderare tutto questo dimostrandomi con i fatti che l’amore esiste e si nasconde in gesti semplici come far trovare pronto il caffè al mattino.
Accendo la macchina e mi metto la cintura; poi parto. Giro a destra, poi a sinistra mentre RTL fa da sottofondo. Un boato. La macchina sbanda, ne perdo il controllo. Stringo con forza il volante fino a farmi sbiancare le nocche, ma la macchina inizia a rotolare su se stessa. La lamiera dello sportello mi trafigge la gamba. Il dolore è allucinante: il corpo è come percorso da scariche elettriche e la testa, che ho sbattuto contro il volante, è tartassata da un dolore costante che, di tanto in tanto, diventa più acuto, quasi pungente come a ricordarmi il tic tac dell’orologio. Lo stesso tic tac che ho sempre odiato. In casa c’erano solo orologi digitali così nessun tic tac mi avrebbe ricordato lo scorrere del tempo.
Il tempo è un bastardo, è sempre troppo poco quello passato con le persone care. Ecco il primo rimpianto: non aver dato maggiore attenzione e più tempo alle persone amate. Si tende sempre a rimandare, a dare priorità a ciò che non è realmente importante perché si dà per certo che ci siano altri giorni, altre ore come se fossimo noi i padroni del tempo e non il contrario.
Non ho mai pensato alla morte, anche ora che sono imprigionata nell’auto.
Le sirene dell’ambulanza si avvicinano, le voci diventano sempre più lontane.
Non ho mai pensato alla morte, nonostante me la ritrovi faccia a faccia.
Come nel giorno in cui è morta nonna, tutto diventa ovattato, distante… mi sembra di essere a teatro e io sono la spettatrice.
Non ho mai pensato alla morte, è l’unico giudice.
Tutto è frenetico e ridotto al virtuale; si perde la bellezza dell’attesa e la capacità di fermarsi ad ammirare un tramonto che viene minimizzato da istantanee condivise sui social, come se il nostro nutrimento fossero le reaction e i “mi piace” sui post. In una continua interconnessione si è paradossalmente più distanti perché risucchiati dal mondo virtuale. In quegli attimi si viene strappati a quel mondo e si viene riportati alla realtà; per questo non si rivivono i momenti più belli che si sono passati, ma si pensa ai “ti voglio bene” non detti, alle occasioni perse e alle cose date per scontato. Ci si ritrova a rimpiangere di non aver fatto abbastanza, di non aver vissuto al massimo delle proprie possibilità.
Non ho mai pensato alla morte, sento la vita scorrermi via.
Provo a muovere il braccio destro, nulla. Faccio lo stesso con il sinistro, riesco a muoverlo con fatica. Sospiro di sollievo. Ignoro le fitte di dolore, allungo la mano e afferro la collana di nonna. Penso che stringere quell’oggetto renderà tutto più semplice.
Non ho mai pensato alla morte, il sangue esce a flutti e impregna i sedili dell’auto.
Ogni respiro mi costa fatica, il petto e i polmoni sembrano attraversati da miliardi di schegge di vetro. Mi aggrappo a quella sensazione perché se è reale vuol dire che sono ancora viva, che posso lottare per un istante di vita in più. Un istante: quello che sarebbe bastato a evitare tutto questo. Solo ora ne capisco il valore e rimpiango di non avergli dato abbastanza importanza.
Non ho mai pensato alla morte, le palpebre diventano pesanti e fanno fatica a rimanere aperte.
Mamma avrà la forza per affrontare questo momento? Immagino il suo sorriso spegnersi, la sua rabbia.
Avrei dovuto dirti grazie più spesso, abbracciarti più spesso. Scusa se non l’ho fatto.
Non ho mai pensato alla morte, mi estraggono dalle lamiere dell’auto.
Mi sento impotente e le lacrime rigano il volto. Escono a insaputa, con forza, e posso solamente lasciarle fare il loro corso. Non posso far altro che lasciarmi invadere dal dolore perché qualsiasi ricordo spezza in mille frammenti ogni parte del corpo; nonostante questo, mi aggrappo ad essi perché ho paura di dimenticare nonna, il suono della sua voce, il suo profumo, i lineamenti del suo volto. Come richiamata appare, mi sorride e si avvicina lentamente. È come la ricordavo, ne percepisco anche l’odore di colonia.
Sento i medici dire che non ce la farò, che non ho speranze. Per una frazione di secondo ho paura, ma poi scompare quando incrocio lo sguardo di nonna.
Provo ad aprire gli occhi, scorgo due agenti. Parlano, dalle poche frasi che riesco a sentire capisco che chi ha causato l’incidente stava guardando il cellulare mentre guidava e per questo non ha rispettato lo stop.
Richiudo gli occhi, mentre i medici tentano di fermare l’emorragia.
Non ho mai pensato alla morte, nel profondo so di avere già perdonato chi mi ha ridotta in questo stato.
Il cuore pian piano rallenta il ritmo, è stanco come lo sono io.
Faccio di quel flebile battito un’ancora, mi aggrappo a esso. Sono orgogliosa della mia vita e di come l’ho trascorsa? È stata una vita ordinaria, ma l’ho vissuta realizzando i miei sogni e desideri e questo mi ha permesso di essere felice e fiera di me stessa. Se necessario a realizzare i miei obiettivi, non c’è stata una volta in cui non abbia superato i miei limiti. Quindi sì, sono orgogliosa della mia vita e avrei voluto che fosse durata più a lungo perché avevo ancora tanta cose da scoprire e realizzare.
Non ho mai pensato alla morte, ero terrorizzata dal far soffrire qualcuno.
Non mi importava di stare male, mi bastava che gli altri stessero bene. Si ricorderanno di me o il mio volto sbiadirà dai loro ricordi?
Non ho mai pensato alla morte, è il termine di un viaggio e io adoravo viaggiare.
Adoravo scoprire nuove culture, nuovi luoghi perché ogni volta lasciavano un pezzetto di loro dentro me, cambiandomi.
Non ho mai pensato alla morte, si continua a vivere attraverso le persone sul cui cuore si è lasciato una traccia.
Non ho mai pensato alla morte, c’era la musica che me lo impediva.
Solo ora riesco a percepire la musica che arriva labile dal pub poco lontano, come se volesse cullarmi.
Non ho mai pensato alla morte, mi mettono sulla barella.
Il battito è quasi impercettibile, sono aggrappata a un filo. Un filo che si spezzerà quando sarò pronta. Lo sono? Forse, ancora un minuto, il tempo di rivedere il volto delle persone a cui voglio bene. Cerco di imprimerli nella mente in modo che sia più facile dirgli addio.
Non ho mai pensato alla morte, sento qualcosa pungermi il braccio.
Papà sarà capace di accettare tutto questo?
Non ho mai pensato alla morte, il sapore del sangue impasta la mia bocca.
Mamma smetterà di darsi la colpa per qualsiasi cosa?
Non ho mai pensato alla morte ed è stato un bene, mi ha permesso di fare quei salti nel vuoto e di affrontare qualsiasi scelta con leggerezza, seguendo l’istinto. In questo modo qualsiasi conseguenza era più facile da accettare e non mi sarei pentita di nulla.
Il cuore cessa di battere.
Non ho mai pensato alla morte, è inevitabile.
Cercano di rianimarmi. Mamma, papà, Marco, Lisa vi voglio bene.
Non ho mai pensato alla morte, tranne ora.
Il mio ultimo pensiero va a lui, l’uomo che mi ha cambiato, fatto mettere in discussione tutto ciò in cui credevo. L’unico che abbia mai amato. Penso a lui per rendere tutto meno amaro.

***

È notte fonda, non riesco a dormire. Mi sciolgo dall’abbraccio di Luca, cerco di non svegliarlo. Ogni notte mi si avvinghia addosso, come se avesse paura che possa andarmene da un momento all’altro. Se ha questa paura è solo colpa mia, all’inizio fuggivo via da lui, da noi perché non volevo ammettere i sentimenti che provavo, ma lui non si è arreso e alla fine ho dovuto smettere di mentire a me stessa ed ora eccomi in una stanza d’albergo per la nostra prima gita insieme.
Mi alzo, indosso la vestaglia, cerco le sigarette ed esco in terrazzo. L’accendo. Ispiro ed espiro lentamente assaporando ogni tiro di sigaretta mentre ammiro il cielo di Berlino. Immersa nel suo torpore notturno, è ancora più magica. La brezza primaverile mi sferza il viso, socchiudo gli occhi per godermi quel momento di tranquillità. Sento cingermi la vita e poco dopo il respiro leggero di Luca sul collo. Un ultimo tiro e poi spengo la sigaretta nel portacenere. Luca mi stringe a sé con maggiore forza e inizia a baciarmi il collo.
«A cosa stavi pensando?»
«A quante cose siano cambiate da quando ti ho conosciuto e quanto mi hai cambiato.»
«Be’ vale lo stesso per me.» Sospiro, mentre continuo a osservare il cielo. «È bellissimo vero?» mi domanda incantato dallo spettacolo che abbiamo di fronte.
«Sì, è meraviglioso» rispondo in un sussurro per non rompere quella magia.
«Sei il mio cielo di Berlino.» Una semplice frase che si imprime fino alle ossa e mi fa capire meglio dei “ti amo” ciò che prova per me.
Mi volto, gli circondo il collo con le braccia e sfioro le sue labbra con le mie. Prima un bacio delicato, poi sempre più deciso, quasi violento.
Solo una cosa mi fa paura: dimenticare ed essere dimenticata. «Comunque vada fra noi promettimi che ti ricorderai di me.»
«Perché me lo chiedi? Vuoi lasciarmi?»
Alzo gli occhi al cielo, esasperata dalla sua insicurezza. «No, vorrei che qualunque cosa accada fra di noi, tu cercassi di ricordarmi mentre vivi al massimo.»
«Mi ricorderò di te, promesso.»
Da quel giorno iniziai a chiederglielo ogni volta, come a voler sentire rinnovare quella promessa e a preparalo per quello che sarebbe accaduto.

***

Luca, ricordati di me, me lo hai promesso.
Nonna allunga una mano verso di me, l’afferro.
Penso alla morte, l’accetto e l’abbraccio.



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