venerdì 21 dicembre 2018

La curva - Raffaele Terzoni

Immagine da www.welovecycling.com

La curva
Un racconto di Raffaele Terzoni

I riflessi del sole fra i rami frondosi continuavano a colpirlo come un raffinato massaggio antidiluviano: mille punture di piacevole calore che accarezzavano il suo viso per una frazione di secondo prima di ripiombare nell'ombra e tornare alla luce, secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, ora dopo ora. Erano ormai quattro ore che pedalava lungo il sentiero sterrato che attraversava le colline sparse tutte intorno a lui, ma la stanchezza non accennava a farsi sentire; diventava anzi sempre più avido e affamato di strada, smanioso di immergersi anima e corpo in quel paesaggio paradisiaco fin dentro al cuore di quella regione che non tocca mari ma è oceano essa stessa, dolce distesa verde a perdita d'occhio tra filari di viti e campi di olivi.

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Era partito all'alba armato della determinazione per affrontare un percorso di difficoltà medio – alta come gli aveva suggerito il fitness tutor cui si era rivolto: potenziare i polpacci, aumentare la resistenza, abbassare la frequenza cardiaca, ampliare la capacità polmonare. Quella zona del centro Italia si prestava bene alle sue esigenze: aveva controllato su un sito specializzato, sarebbe stato un ottimo allenamento per la sua tabella di marcia.
Il viaggio era iniziato nella zona industriale di una cittadina di fondo valle tra capannoni di industrie di ceramiche e di macchinari agricoli. Per i primi chilometri aveva prestato attenzione solo alla strada e a dosare le energie, ma dopo circa un'ora la trance agonistica aveva lasciato posto a uno stato mentale differente che lo aveva indotto a spegnere il navigatore satellitare e ad affidarsi solo all'istinto per scegliere la strada ad ogni bivio. Chilometro dopo chilometro, il livello dei decibel si era abbassato, i cinguettii avevano preso il posto dei clacson, le motoseghe quello del rombo dei motori e si era persino divertito a ricambiare il cordiale saluto di un compagno ciclista. I segni della presenza antropica si erano progressivamente diradati finché l'asfalto aveva lasciato il posto allo sterrato: non che ora si trovasse in un paesaggio davvero selvaggio e inospitale, anzi, la natura appariva quantomai armoniosa e quasi ovunque si potevano scorgere case sui dorsi dei colli imbionditi dal grano maturo.
Adesso stava volando in completa sintonia col paesaggio che scivolava ai lati, i colori pastello sempre più simili ad un quadro impressionista. Ad un tratto avvistò un trivio con un fontanile di pietra e decise di fermarsi per dissetarsi e ricaricare la borraccia: era bollente per la fatica e il liquido lo scosse benevolmente, svegliandolo del tutto. Poi si accorse dello strano cippo marmoreo sul ciglio della strada, seminascosto fra le erbacce selvatiche. Quando si avvicinò, notò un bassorilievo di motivi floreali e lesse a fatica l'iscrizione sottostante, che recitava pressappoco così:

o viaggiatore che vai pe 'sta contrada,
che tu sia all'inizio del cammino o prossimo alla sera,
che tu sia lesto, zoppo, ricco o tonto,
sappi che per tutti infine giunge lo tramonto”

Rimase perplesso, colpito dal tono fatalistico del messaggio: non si aspettava che in quella terra bucolica, degna di un'Ode di Catullo, potesse nascondersi un pessimismo così smaccato. “Dovevano essere proprio tempi duri, quelli” si disse rimontando a cavalcioni sulla bicicletta e riprendendo la cavalcata con entusiasmo.
Il senso dell'oscura iscrizione gli era ormai entrata nella testa e non accennava a volersene andare. Si sforzava di immaginare come dovesse essere la vita da quelle parti qualche secolo prima: le famiglie numerose nei casolari, il lavoro nei campi, la medicina priva di antibiotici e penicilline che rendeva la vecchiaia quasi un'utopia, l'assenza di vita culturale. Improvvisamente si sentì in colpa per tutti i privilegi di cui lui e i suoi contemporanei godevano senza rendersene conto; strano a dirsi, il suo umore calò proprio mentre si accingeva a scavallare il crinale di una delle colline più alte, dando inizio alla discesa.
“Bella la vita qui, bella… ora”, borbottò stranito; razionalmente non riusciva a spiegarselo, ma si sentiva come se avesse appena rubato qualcosa a qualcuno e la connessione viscerale col paesaggio attorno sembrava essersi interrotta, il feeling si era guastato irrimediabilmente.
“Sto facendo solo una passeggiata, adesso” si disse abbacchiato.
Stava raggiungendo la parte più ripida della discesa e la pendenza gli fece avvertire il sibilo del vento nelle orecchie, mentre il sudore gli si ghiacciava addosso e gli occhi diventavano lacrimevoli. Invece di frenare, lasciò la bici libera di esprimersi come meglio voleva finché non avvistò una curva a gomito. Da ciclista esperto comprese subito che non avrebbe fatto in tempo a frenare e fece l'unica cosa sensata, ovvero affrontare la curva a viso aperto sebbene il mezzo stesse viaggiando a una velocità paurosa.
Nei pochi istanti di avvicinamento un pensiero gli sfrecciò in testa: non era una formulazione razionale ma una sensazione diffusa che avvertiva in tutto il corpo, il senso di vago stupore e di amarezza per aver compreso che anche una landa armoniosa come quella potesse nascondere insidie di quella portata.
“È come essere morsi dal proprio cane” fu l'ultimo pensiero che lo attraversò subito prima di sterzare con violenza per contrastare la forza centrifuga, stando attento a non perdere l'equilibrio e finire sullo sterrato; se fosse caduto si sarebbe ferito seriamente e, del resto, il ciglio della strada che continuava ad avvicinarsi non prometteva nulla di buono. Fu fortunato e bravo allo stesso tempo, affrontando la curva più come un motociclista che come un ciclista, ma ce la fece.
Il sollievo si fece strada gradualmente, non prima che l'adrenalina avesse finito di dire la sua con comodo. “Sono ancora tutto intero, ma ho rischiato grosso” pensò, sorprendendosi nel realizzare di sentirsi diverso: il pericolo occorso gli aveva fatto riacciuffare quella profonda sintonia con la natura circostante che sembrava persa. Era ancora parte di qualcosa più grande di lui, qualcosa di cui non aveva mai sospettato l'esistenza.
Si chiese se stesse diventando un drogato d'adrenalina o fosse sotto choc, ma a prescindere dalla spiegazione razionale il senso di quell'esperienza era ormai stampato a lettere cubitali nella rotativa della sua anima, e non era un messaggio che si potesse esprimere con le parole.
“Ora ci conosciamo meglio Umbria mia, sei un animale da compagnia ma sai ancora tirar fuori le unghie”, borbottò a mezza voce mentre un sorriso gli affiorava sul volto, delicato ed effimero come un aquilone.


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